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Synopsis

Da sempre la donna è stata considerata il “sesso debole”. Molto probabilmente questa definizione in origine è nata per il fatto che solitamente nel fisico le donne sono più minute degli uomini e - come ci insegna la biologia - hanno meno massa muscolare quindi meno forza fisica. Ma da questa constatazione ovvia, sono derivate un’enorme serie di conseguenze sul piano psicologico, culturale, giuridico ecc. La religione poi ci ha messo del suo nell’affermare questa “debolezza” della donna che non si concretizzava solo nel fisico, ma soprattutto nel morale (chi è la persona che non riesce a resistere alla tentazione del serpente nel Paradiso terrestre?). Tutto questo ha inevitabilmente influenzato nei secoli non solo gli uomini che si sono sentiti legittimanti dal loro “sesso forte” a seconda dei casi ad approfittare della situazione ergendosi a volte a paladini, altre a giustizieri, altre ancora a carnefici, in nome di una superiorità tutta da appurare. Partendo da queste riflessioni nel testo vengono esaminati alcuni aspetti del “sesso debole” per cercare di comprendere quanto questa definizione sia o meno appropriata. La biologia certamente ha codificato enormi distinzioni tra il genere maschile e femminile, ma nei nostri geni non è scritto che un genere sia superiore o “più forte” dell’altro. Essere maschio o femmina è determinato dalla presenza della coppia di cromosomi XY o XX: tutto quello che a seguire comporta essere uomo o donna è una costruzione culturale. E proprio da questa costruzione sociale sono nate le più grandi discriminazioni: alla donna, in quanto essere inferiore per decenni non è stato concesso l’accesso allo studio con conseguente impossibilità di evolversi. E anche quando è stata raggiunta la possibilità di studiare non è stato aperto l’accesso alle professioni; raggiunte le professioni non è stato permesso di fare carriera e così via. Praticamente ogni conquista poneva davanti ad un altro ostacolo ancora più arduo da superare. Forse solo sotto l’aspetto criminologico il fatto di essere considerate “incapaci di commettere reati” ha permesso alle donne di godere per molto tempo dell’impunità. Ma anche questo vantaggio, se tale lo vogliamo considerare, è stato legato non certo al riconoscimento di una minore propensione al crimine in quanto depositarie di maggiore equilibrio, controllo degli istinti e dell’aggressività, forza morale eccetera, ma solo perchè appunto ritenute “incapaci”. Ma la storia ha smontato anche questa convinzione. Le donne sono in grado di compiere crimini, sicuramente più “sottili” e meno cruenti degli uomini, ma comunque crimini. Quello che però purtroppo riesce molto bene (si fa per dire) alle donne è il ruolo di vittima. L’escaletion della violenza sulle donne ce lo dimostra ogni giorno. È stato addirittura creato un termine: femminicidio, per indicare una specifica violenza di genere. Tutte queste riflessioni ci dovrebbero portare a comprendere che ciò che maggiormente è importante sottolineare è che la differenza che c’è tra uomini e donne deve essere intesa in termini di diversità non come una scala gerarchica dove l’uno deve valere necessariamente più dell’altra. Solo partendo da questa idea si potrà realmente procedere lungo la via dell’uguaglianza.

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