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Synopsis

Il ritrovamento, durante una spedizione archeologica nella misteriosa isola di Croatoan, di una selvaggia bambina cresciuta tra i felini, innesca una serie di sanguinolente tragedie che coinvolgeranno i protagonisti di questa storia. Tra un passato fin tropo remoto che affiora nella azioni e un futuro inaspettato, Danilo Arona ci regala un altro dei suoi intrecci memorabili, con una ambientazione inedita e affascinante e un “sound” in sottofondo che fa venire i brividi.

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    I suoni del terrore

    Pochi giorni fa ho postato uno status su Facebook che, pur non ricordando perfettamente, recitava più o meno così: Un libro con un bel ritmo è come un rapporto d’amore senza rancori, litigi e recriminazioni. Lungi da me citare me stessa per tentare di ammannirvi delle presunte Verità, ma credo fortemente in ciò che ho scritto. Troppo spesso mi sono trovata a leggere bei romanzi nati da buone idee con ritmi scadenti o totalmente assenti. Libri che si leggono ma che lasciano però un gusto amaro in bocca, come di qualcosa che poteva essere e che non è stato. Libri che fanno mormorare “che peccato, accidenti” ogni poco. Perché un buon libro rovinato da un ritmo sbagliato è un abominio. Ma ho anche capito che un buon ritmo è cosa affatto scontata, e che quindi dev’essere più semplice a dirsi che a farsi, e che noi recensori possiamo scrivere pagine su pagine di critica e considerazioni ma, almeno per quello che mi riguarda, non sapremo mai cosa significhi avere a che fare con tante, tantissime idee e tante, tantissime pagine bianche da riempire di cose belle e buone. Ed ecco quindi che quando mi trovo ad avere tra le mani un romanzo con un ritmo giusto, quasi musicale, non solo ne rimango rimango irrimediabilmente affascinata, ma ho l’incrollabile certezza di avere a che fare con qualcuno che sa-davvero-scrivere. Non a caso Danilo Arona è considerata una delle voci più autorevoli del panorama horror italiano e, ora che ho letto Croatoan sound, non posso che comprenderne il motivo. Avevo all’incirca sedici anni quando, in una delle tante lezioni di sociologia, la mia professoressa di psicologia e sociologia (ebbene sì, ho un inutile e inutilizzato diploma di Liceo Socio-Psico-Pedagogico) ci parlò del famoso (per tutti ma non per me) caso del ragazzo selvaggio dell’Aveyron, un ragazzo di circa dodici anni cresciuto in maniera totalmente selvaggia che nell’ottocento si avvicinò spontaneamente a un villaggio e si fece catturare, offrendo quindi alla comunità scientifica una ghiotta e unica occasione per studiare il fenomeno del ragazzo selvaggio che non portava vestiti, non parlava e si comportava in tutto e per tutto come una bestia. Questa storia ebbe poi una conclusione abbastanza degna, se non altro per gli standard iniziali. Quella. Non certo quella di Sarah, o di Preston Moore, o di Theodosia, i nostri amici di cammino. Per loro, in questa storia, non c’è traccia di lieto fine, di sforzi ricompensati, di passi in avanti e di soddisfazioni. Perché l’orrore esige il suo tributo, perché i demoni esigono il loro tributo di sangue e talvolta assumono le forme più disparate e disperate. Sarah ha solo undici anni, è il corpo piccino di una bimba piccina selvaggia e fuori controllo fatta di artigli, mascelle che schioccano, rabbia pura e cieca che vuole dilaniare e fare male. È il passato che torna a farsi vivo, che non vuole farsi dimenticare, che esige, a sua volte, il suo tributo. Tra un antico passato e un terrificante e sanguinoso presente, tra gatti selvatici di dimensioni enormi e un non troppo rassicurante istituto psichiatrico Arona, partendo da un mito americano (la scomparsa della colonia di Roanoke) ci mostra le insidie che si nascondono dietro alla storia. Storia che talvolta sarebbe bene lasciare al suo posto.

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